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Unobravo MINDex 2026 - L’Italia ancora carente sull'educazione emotiva: solo 1 italiano su 4 alfabetizzato alle emozioni

Campagna "Unobravo for Men" 2026

Campagna "Unobravo for Men" 2026

Campagna "Unobravo for Men" 2026

Campagna "Unobravo for Men" 2026

MILAN, ITALY, May 5, 2026 /EINPresswire.com/ -- Solo 1 italiano su 4 è stato educato alle emozioni ma oltre tre quarti sostengono che l’educazione emotiva ricevuta ha influenzato il loro modo di relazionarsi con gli altri. Uomini più sicuri delle donne rispetto alla propria competenza emotiva ma anche più riluttanti a prendersi cura del proprio benessere psicologico. E la consapevolezza, nella maggior parte dei casi, non si traduce in capacità di gestire le situazioni emotivamente difficili. È questa la fotografia che emerge dal MINDex 2026 - Il Barometro del Benessere Mentale degli Italiani, realizzato dal servizio di psicologia online leader Unobravo insieme a Ipsos Doxa in occasione del mese della Consapevolezza sulla Salute Mentale e dedicato quest’anno allo stato dell’educazione emotiva nel nostro paese.

Sull’educazione emotiva - ovvero la capacità di riconoscere, nominare, comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri - l’Italia ha ancora strada da fare. In particolare, dallo studio presentato emerge un universo maschile che, seppur percependosi "molto consapevole" della propria emotività (40%), rimane prigioniero dell’impulsività e fatica ancora a gestire i propri stati emotivi e i comportamenti che ne conseguono, con solo il 15% che afferma di riuscire a farlo pienamente.

Da un lato, oltre il 60% degli uomini sostiene di aver ricevuto supporto emotivo in famiglia, ad esempio nel riconoscere e comprendere le emozioni - contro solo il 44% delle donne. D’altro canto, nonostante questi dati facciano pensare ad un’apertura maggiore del genere maschile, in caso di necessità solo 1 uomo su 3 chiederebbe aiuto senza difficoltà a un professionista (contro oltre la metà del campione femminile).

«Nel 2025 la percentuale di pazienti uomini che hanno intrapreso un percorso di supporto psicologico con noi si ferma al 38%; seppure in crescita rispetto al 2022, ci siamo interrogati sulle possibili cause di questa disparità di genere nell’accesso alla terapia. Il MINDex 2026 conferma come i più restii a chiedere un sostegno psicologico siano proprio gli uomini che - come mostrano diversi studi, e anche i nostri - possono percepire emotività e vulnerabilità come elementi distanti dal loro modo di essere e dall’educazione ricevuta», commenta Danila De Stefano, CEO e founder di Unobravo. «Questo si aggiunge ai motivi per cui abbiamo scelto di dedicare la nostra campagna di maggio, mese della consapevolezza sulla salute mentale, al benessere psicologico maschile. Non è una scelta casuale, ma una presa di posizione su un tema che continua a rimanere ai margini: gli uomini chiedono meno aiuto, arrivano più tardi a farlo e spesso lo fanno quando il disagio è già diventato difficile da gestire. Alla base c’è anche un’educazione emotiva che, fin dall’infanzia, tende a semplificare, contenere o negare ciò che si prova, invece di insegnare a riconoscerlo e attraversarlo. Questo ha un impatto reale sulla qualità della vita, delle relazioni e sulla capacità di prendersi cura di sé».

Dal titolo volutamente provocatorio - “Unobravo for Men” - nel mese di maggio la campagna si articolerà tra OOH e attivazione di creator, con il sostegno della no-profit Mica Macho, per sensibilizzare ogni uomo, e non solo, a superare le esitazioni e a rivendicare il diritto di chiedere aiuto.

Gen Z: prevale l'impulsività. L’affetto il sentimento più difficile da articolare
Dalla ricerca emerge anche un quadro articolato della Gen Z (18-29 anni), che vede solo 1 donna Gen Z su 4 riferire di comprendere bene il proprio mondo interiore rispetto a oltre il 40% degli uomini della stessa generazione.

A dispetto di questo dato, pur dichiarando di riuscire a capire le proprie emozioni, solo 1 uomo su 10 della Gen Z afferma di riuscire a gestirle pienamente e a riflettere prima di reagire. E se amore e affetto emergono come i sentimenti più difficili da discutere in famiglia per un terzo degli italiani, indipendentemente dalla generazione, per i giovani uomini a rimanere inespressa è la felicità, mentre per le coetanee sono tristezza e rabbia.

«L’alfabetizzazione emotiva contribuisce a mettere le basi per imparare a stare in contatto con ciò che si prova, senza evitarlo e senza esserne sopraffatti. In una società in cui la vulnerabilità è talvolta vissuta come un tabù, può essere utile restituire alla paura e alla rabbia il loro valore di segnali, favorendo una maggiore consapevolezza del proprio vissuto», commenta Corena Pezzella, Clinical Manager e psicoterapeuta di Unobravo. «Questa esigenza di apertura si confronta però con una realtà spesso diversa, dove l’esposizione delle proprie fragilità può essere scoraggiata, con il rischio, in alcuni casi, di alimentare una sensazione di isolamento emotivo che i dati oggi mettono in luce».

L’eredità del "non piangere" e la rottura con i modelli educativi ereditati
Si parte dal passato: solo 2 italiani su 10 dichiara di aver avuto genitori che li aiutavano a dare un nome alle proprie emozioni, mentre per oltre la metà se ne parlava in maniera discontinua, si evitava il tema o si minimizzava, e nel 10% dei casi era attivamente scoraggiato discuterne, con frasi come “non esagerare”. Le più colpite dalla cultura del silenzio emotivo sono le donne Baby Boomer (circa 1 su 2) mentre i giovani uomini Gen Z mostrano un segnale positivo, con il 26% che dichiara un supporto effettivo da parte dei genitori.

Anche in questo caso, in evidenza non c’è solo la rottura generazionale, con 1 genitore su 2 che sceglie un approccio opposto a quello ricevuto, ma anche di genere: in media il 66% considera una priorità insegnare ai figli a parlare delle proprie emozioni: sono di questo avviso 3 donne su 4, ma per gli uomini si supera di poco la metà.

Infine, il MINDex ha analizzato quanto liberamente si parla di salute mentale: solo il 9% degli italiani la ritiene un tema discusso apertamente e 3 su 4 considerano lo stigma sociale ancora un freno significativo, sebbene più della metà percepisca comunque un cambiamento in corso. Il supporto psicologico è ormai visto come strumento di benessere essenziale dal 52%, con le donne Gen Z in testa (70%).

La ricerca completa e i materiali sono disponibili a questo link

Nota metodologica
L’indagine di tipo quantitativo è stata condotta da Ipsos Doxa per Unobravo tra il 26 marzo e il 6 aprile 2026, attraverso 1.600 interviste utilizzando la metodologia CAWI (Computer-Assisted Web Interviewing), su un campione rappresentativo della popolazione italiana tra i 18 e i 70 anni. Il campione è stato strutturato per riflettere la popolazione di riferimento secondo genere, età, area geografica e titolo di studio, garantendo un’equa distribuzione tra uomini e donne e una copertura bilanciata delle diverse fasce socio-demografiche del Paese.

Unobravo
Nata nel 2019, Unobravo è un’azienda e Società Benefit che offre un servizio di psicologia online. Unobravo si propone come un punto di riferimento affidabile, competente ed empatico nella vita delle persone, per aiutarle nel raggiungimento del benessere psicologico e supportarle nella crescita personale, e lavora ogni giorno per abbattere lo stigma sui temi di salute mentale, normalizzando l’accesso al supporto psicologico attraverso prezzi accessibili e l’attenta selezione di professionisti. Ad oggi conta una équipe di oltre 9.000 psicologi, più di 435.000 pazienti e un core team di oltre 300 persone.
Unobravo S.r.l. Società Benefit, centro sanitario sito in Corso Vercelli 55, 20144, Milano.
Autorizzazione sanitaria: ATS Milano n. I-762/2022. Direttore Sanitario: Dott.ssa Barbara Mantellini iscritta all’albo dei Medici Chirurghi della provincia di Milano, n° 37532.

Ufficio stampa
Theoria PR
unobravo@theoria.it
Laura Mantovani | laura.mantovani@theoria.it | cell.: 393 9859409
Giulia Boniello | giulia@theoria.it | cell: 333 7133990

Miriam Forte
Unobravo
miriamforte@unobravo.com

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